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giovedì 27 maggio 2010

Primi amori

Di lui sapevo tutto, dal nome del padre a quello della sorella, dal nome della via nella quale abitava completa di numero civico, al telefono di casa. Sapevo addirittura in che ospedale era nato, e di quale città.
Avevo solo sette anni, ma già allora sapevo come impegnarmi per ottenere ciò che volevo. Ciò non toglie che il mio sia stato un vero, grande, primo amore soprattutto perché rimasto totalmente platonico, non consumato nemmeno in una passeggiata mano nella mano.
Il ricordo di quella prima, focosa cotta mi ha accompagnata negli anni, così come l'immagine di quello che, col tempo, è diventato un gran bel ragazzo: lineamenti meno delicati di quando era bambino e sembrava un principe indiano, già allora harem-dotato (non ero l'unica ad avergli messo gli occhi addosso, nel cortile della scuola).
Si circondava altezzoso di un corteo di amici bruttini e meno inclini a fare i leader, e correva avanti e indietro per farsi notare: irresistibile.

Stanotte l'ho sognato, come a testimonianza che non l'ho mai dimenticato. Ha affiancato la mia esistenza suo malgrado, nel ricordo e nella realtà di quando lo incrociavo per caso e la pancia mi si rimescolava al ricordo dei miei sette anni. E' capitato più e più volte, a distanza di anni: ad una sola occhiata ci si riconosceva, ci si emozionava e si continuava ciascuno per la propria strada. Tanto cambiati, tanto diversi l'uno dall'altra. L'ho visto fidanzarsi con ragazzette insignificanti e lasciarsi subito dopo, iscriversi alle superiori, andare al lavoro.

Volente o nolente, è entrato nella mia vita. E senza sfiorarmi.

venerdì 11 settembre 2009

Memorie sarde

Non l'ho mai conosciuto. E' morto quando mia madre aveva 19 anni, iniziava l'università e aveva disperatamente bisogno di un padre che la supportasse.
Aveva 57 anni, occhi dolci da cane mansueto, mani grandi e la pelle bianca, liscia.
Curiosamente, somigliava all'uomo che ho scelto di avere accanto: lo stesso chiarore candido, gli stessi occhi buoni, lo stesso carattere pacato ma determinato.
Era il '73 quando è morto. Posso solo ricordarlo attraverso le parole di chi lo ha conosciuto, incrociato per caso, amato.

La nostra casa in Sardegna l'ha costruita lui, con le sue mani, quarant'anni fa, sul terreno comprato da un possidente del posto.
Che per puro caso ho incontrato quest'estate, mentre ero in vacanza.
Tre dita in meno sulla mano, causa pesca con le bombe. Carattere schivo, imbronciato ma fiero come quello dei sardi di una volta.
Lo scambio per un turista in cerca di cinghiali, o di fichi d'india.
E in effetti è in cerca di fichi, in tenuta mimetica e atteggiamento avventuroso.

Lo fermo, facendo una lecita gaffe.
Mi racconta chi è, che sua madre era grande amica di mia nonna, che è lui ad averci venduto la casa. Arrossisco, e mi scuso.
Suo nonno era per me un padre, un fratello. Tutti lo amavano.
Mi vengono i lucciconi, ma non mi faccio vedere.

Sì, mio nonno è stato un grand'uomo, e avrebbe meritato di vivere abbastanza per conoscermi, per conoscerci, me e le mie cugine.
Per fare ancora il suo lavoro, quello di maresciallo dei carabinieri, che sapeva fare tanto bene da entrare nei libri di scuola locali.
Per guidare ancora la sua moto Guzzi d'epoca, sulla quale stava fieramente in sella a vent'anni, in una foto ingiallita ma chiarificatrice.

Era bello, mio nonno. Affettuoso, presente poco ma veramente. Silenzioso, ma acuto.
Quanto mi piacerebbe averlo accanto ora. Con le sue storie, il suo tifo per me, il suo amore spassionato per l'unica figlia femmina e le nipoti, tutte femmine.
L'amore e la lealtà dignitosa verso sua moglie, mia nonna, tanto simile a me quanto lui assomiglia al mio uomo.
Lo sguardo tenero che rivolgeva ai figli addormentati quando andava a lavorare e rischiava di non fare più ritorno.
La sofferenza di mia nonna, che forse, se non si fosse sposata, si sarebbe realizzata di più a livello professionale, ma forse non avrebbe goduto della stessa, rara, tranquillità, unita ad una inconsueta libertà e fiducia da parte dell'uomo che stava al suo fianco.

Ci conosceremo, un giorno.

lunedì 6 ottobre 2008

Un mondo piccolo piccolo

La vita è strana.
Soprattutto quando ti fa ritrovare, per puro caso, galeotto un vecchissimo amico rincontrato per strada dopo dieci anni e galeotto Facebook, la prima cotta, il primo ragazzo per il quale avresti fatto follie.

A sette anni mi sono precocemente infiammata per un bambino di nove, bello come il principe Aladino delle Mille e una notte e, non per niente, per metà indiano.
Ci rincorrevamo, ci corteggiavamo, ci sbirciavamo nell'immenso cortile delle elementari.

Lui con il suo corteo di amici dietro, io a raccogliere pigne con la mia amica del cuore di allora.
Fingendo indifferenza per quel marajà, con tanto di corte, che correva avanti e dietro la sottoscritta per farsi notare.
Un amore assoluto, totalizzante.
E lui il primo pensiero al mattino e l'ultimo prima di addormentarmi.

Una vecchia foto ormai perduta in scatoloni dimenticati.
Location: la parrocchia nella quale ho preso, mio malgrado, la comunione.
Soggetti: io con taglio di capelli alla garçonne, con inseparabile impermeabile blu da investigatore privato, un'ingombrante ex compagna di classe in mezzo e dulcis in fundo, sulla destra, la nuca color miele di un misterioso, esotico, bambino.
Lui.
Matteo.

Del quale ricordo ancora oggi l'indirizzo completo di casa e il numero del fisso, nonchè segno zodiacale e data di nascita.
Una magnifica ossessione con il viso delicato e i capelli neri.

giovedì 24 luglio 2008

Galeotto fu il Sangre di Toro, e una candela.

Tutto accade in una notte, magari in compagnia.
Conoscete qualcuno da poco, pochissimo tempo, ma vi piace.
Vi ispira fiducia, simpatia, tenerezza.
Una sera siete andati a farvi un giro per una città che di notte è più bella che di giorno.
La sera, vi ritrovate sulla terrazza per un drink e quattro chiacchere in compagnia.
Galeotto fu il Sangre di Toro e chi lo creò.
Il vino è rosso come il sangue e piuttosto dionisiaco.
La testa è leggera, la mente sgombra di pensieri.
In vino veritas.

Fuori è buio, ma voi bevete a lume di candela.
E allora, ecco la provocazione.
Cera calda sulle dita di lei
che, si sa, è una sensazione goduriosa.
Due gambe si allungano sotto il tavolo per posarsi su ginocchia turbate
le parole perdono di senso
e di colpo uno dei due è in piedi
chi sia non si sa più
il vino ha annebbiato il ricordo del prima
e liberato dalle inibizioni del poi.

Un BACIO.
Umidocarnalecaldo
e poi giù per terra
come perdendo i sensi
l'una sull'altro
ubriachi di vino e di desiderio.
Nulla tornerà come prima.


Poteva sembrare una distrazione estiva a breve termine, giusto il tempo di tornare in Italia.
E invece sono passati due anni da quella sbronza.
E ce ne aspettano molte altre.

martedì 8 aprile 2008

Chiquita, passione mai finita

Eccalallà.
E' successo un'altra volta.
Per puro caso, facendo inutili ricerche su Ebay, ho ripescato questa strana inserzione.

Niente di strano, direte voi.
E' solo un'enorme banana gadget gonfiabile di Chiquita.
Una delle stramberie che si possono trovare in ogni angolo di Ebay.

E invece no.
Avevo più o meno sette anni.
Fiera di Santa Susanna, Roma.
Una fiera che non esiste più, organizzata dalle scuole americane di Roma.
Una fiera bellissima, che rapiva le fantasie di grandi e piccini.

Ricordo che, un giorno, all'interno della fiera, avevano allestito un corner Chiquita.
Gadget-banana di tutte le dimensioni, dal portachiavi alla bananona gonfiabile.
Li avevo tutti.
Con il bananone era stato amore a prima vista, soprattutto quando scoprii quanto era divertente saltarci sopra.

Con la mia amica del cuore, Flavia, da bambine ci saltavamo come delle dannate.
Fino all'infausto giorno in cui Flavia, con la proverbiale grazia elefantiaca che la contraddistingueva, ne ruppe la gomma.

Da allora, niente più salti, niente più banane da domare.
O Chiquita, passione mai finita.

lunedì 7 aprile 2008

Amarcord - He-he-he-he-heeeelga.

Giugno 2006, ancora non conoscevo Denis.

La conobbi il 14 febbraio dello stesso anno, a San Valentino.
Vivevo una storia sbagliata con la persona sbagliata, e la incrociai sul mio cammino, aspettando di dare un esame.
Fu molto gentile sin da subito, allegra e spontanea.
Mi chiese come passavo San Valentino, e io le risposi che sarei uscita la sera col mio ragazzo di allora.
Ragazzo con il quale mi lasciai pochi giorni dopo.
Ci scambiammo i numeri, un paio di sorrisi e tanti saluti.
Due mesi dopo, mi ricontattò.
Era incredibile che si ricordasse di me, che conservasse ancora il mio numero di cellulare: è un segno, pensai.
Mi propose di uscire con i suoi amici, e accettai. Mai scelta fu più giusta.

Helga fu una splendida scoperta, sotto ogni punto di vista.
Una di quelle rare persone che ti percepiscono al primo sguardo.
Diventò la mia più cara amica in due mesi, a fronte dei quasi quindici anni di rapporto con la mia amica storica.
Una creatura gentile, dolce, istintiva e leale, imperiosa e tenace.
Una ragazza sincera e limpida, con la testa sulle spalle e il cuore generoso.
Ancora oggi, insostituibile presenza.

Con lei iniziò un breve ma intenso periodo di bagordi e divertimenti, parte di quella giovinezza che non mi sono goduta mai appieno da adolescente.
Le serate in discoteca, il ballo che mi scuoteva da capo a piedi, le acrobazie sulla pista con ballerini più o meno virtuosi, le occhiate, le palpate, le pomiciate, i cocktail, la musica che assorda, le urla per sovrastare il fracasso.
Marachelle da quindicenni rinviate ai diciannove anni.
Niente di particolarmente libertino, niente di concreto: pura eccitazione.
Dei sensi, delle orecchie, del corpo.
Furono i due mesi più catartici della mia vita.
Dopo, arrivò l'amore, Barcellona, la vita.
E iniziò per me una nuova fase, fatta di concretezza e progetti, desideri continui e uomini lontani.
Anche allora Helga fu un pilastro, un punto di riferimento costante.

Una delle persone migliori che abbia mai conosciuto.
Un concentrato esplosivo di ingenuità e candore, malizia e rispetto, responsabilità e libertà.
E ora vive a Parigi, insegnando tedesco in un liceo francese e pagandocisi l'affitto di un monolocale dove vive da sola.
Ormai donna, ormai lanciata verso l'ester(n)o, sempre unica.
Più volte mi ha proposto di andare a trovarla nella Ville Lumiere.
Chissà che non sia arrivato il momento di farlo.



giovedì 31 gennaio 2008

L'umanità che non smette di sorprendere

Mi incontri e ti scusi.
Ti scusi di qualcosa che è successo fra noi tanti anni fa ma che nessuna delle due ha mai dimenticato.
Qualcosa che ha rischiato di incrinare la nostra controversa, talvolta sbilanciata, amicizia.

Mi chiedi scusa di quando hai preferito metterti a piangere piuttosto che rimanere compatta al mio fianco, a fronteggiare e ad assumerti le responsabilità delle tue, delle nostre azioni.

Io ero quella forte, quella che a muso duro riusciva a resistere a tutto, non facendo più di tanto trasparire lo sforzo, il dolore.
Tu eri quella fragile, con la scrittura da bambina e il corpo da donna fatta che si rifugiava dietro la propria incapacità di reagire.

Oggi siamo donne, nel bene e nel male.
Tu ancora pressata e prigioniera, ma consapevole;
io libera, felice e incerta.
Prendiamoci per mano: è questa la vera amicizia.