giovedì 25 giugno 2015

Palau, millenovecentocinquantaquattro

Palau (OT), millenovecentocinquantaquattro.
Sei venuta al mondo il sette maggio come molti grandi: Tchaikovsky, Brahms, Evita Peron.
Persino quel gran gnocco di Gary Cooper.
Te ne sei andata lo stesso giorno e alla stessa età del compositore di Titanic James Horner, insieme a Laura Antonelli e Remo Remotti (in buona compagnia sia alla nascita che alla morte) il ventidue giugno del duemilaquindici, alle 23:45.
Giusto in tempo per morire lo stesso giorno di tuo fratello Angelo, solo due anni più tardi.
Lo stesso giorno nel quale milioni di studenti italiani affrontavano la terza prova scritta della maturità.
Non hai sofferto, dicono: eri imbottita di morfina e di ossigeno, gli occhi a mezz'asta e la testardaggine che ti ha tenuta in vita fino alla fine.
Sei libera di andare in pace, ti ho detto. Tu ci sei andata, giusto qualche minuto dopo.
Ero sola nella stanza, ho visto le vene del tuo collo smettere di pulsare, insieme al tuo cuore.
La tua espressione cristallizzarsi sul tuo volto nell'istante nel quale hai cessato di vivere.
La bocca aperta, avida dell'ossigeno che non ti bastava più, i begli zigomi che mi hai lasciato in eredità più sporgenti che mai, la pelle liscia, la quasi totale assenza di rughe.
Ha un viso bellissimo, ha detto mio padre e molti altri. Lo avevi sempre avuto.
Mentre ti stavo accanto ho immaginato di accompagnarti, io adulta e tu bambina con i boccoli, le mutande a palloncino e la borsetta (come in una vecchia foto) verso la luce che ti attendeva.
Prima ancora ti ho tenuto la mano, ti ho baciato, ho posato l'orecchio sul tuo petto e ho ascoltato il tuo corpo dirmi che, seppure stremato, cercava di resistere.
Hai sempre negato a te stessa di essere una malata terminale. Anche quando ti prescrissero il primo oppioide. Ma non è morfina, dicevi. Inizialmente trovasti conforto nella morfina: allontanava il dolore ma, mi dicevi, non ti intontiva.
Poi ti intorpidì fino a renderti sempre più difficile respirare. Tuttavia non sei morta per soffocamento, e questa è una grande consolazione.
Non facevo altro che pensare che da qualche parte, in quell'involucro di carne stanca, ci fossi ancora tu. Mia madre.
Quando è stato evidente che ti trovavi in una situazione critica, sono stata costretta a scegliere tra procurarmi una bombola di ossigeno e curarti a casa oppure chiamare il 118. Ho optato per questa seconda scelta, perché non ne avevo altre possibili.
Il giorno prima che morissi, sul letto di ospedale, ho fatto giusto in tempo a dirti che ti volevo bene, e tu a rispondermi “Anch'io”, l'ultima volta che ti ho sentito articolare parole comprensibili.
Il giorno dopo eri incosciente nel corpo, ma sentivi tutto. Le presenze, le parole, le carezze, la vita che si allontanava pian piano. E ti ci aggrappavi ferocemente mentre io ti parlavo, mi scusavo per la mia rabbia e per la mia incapacità di reagire, ti accostavo all'orecchio una musica bellissima.
Mi sforzavo di perdonarti per esserti trascurata, per essere stata così orgogliosa da non aver accettato che nemmeno tua figlia ti aiutasse quando ancora avresti potuto salvarti.
Non ti sei mai fatta fotografare seriamente da me.
Non conoscerai mai i miei figli. Avresti voluto diventare nonna. Ogni tanto me lo dicevi, con un luccichio negli occhi: me li darai dei nipotini?.
Loro non conosceranno mai una nonna amorevole che gli avrebbe preparato tiramisù squisiti e casatielli napoletani, ma dovranno accontentarsi di una madre che terrà in vita e valorizzerà tutto quello che sua madre le ha dato e fatto sentire.
Sei stata sempre così brava a prenderti cura di me. Mi hai sempre incalzato perché coltivassi le mie passioni, senza impormi mai le tue. Hai centellinato il denaro ma non hai mai lesinato sull'affetto. Non ti sei mai impicciata della mia vita ma sei sempre stata presente, dicendo la tua.
Io protestavo ma, come sai bene, ti ho sempre ascoltato. Consapevole che le tue parole scaturivano dal cuore.
Sei arrivata a fingerti un mio ammiratore segreto (tale “unoqualsiasi”) venuto dal Web sul mio blog per tirarmi su di morale in un periodo nero. Con Internet hai sempre avuto un rapporto disinvolto e conflittuale, e mi hai iniziata molto presto alle gioie (e ai dolori) del Web.
Sei sopravvissuta al periodo più buio della tua vita grazie a una community virtualemanontroppo, dalla quale sono scaturiti alcuni veri amici. Nel frattempo moriva tua madre, finiva ufficialmente il tuo matrimonio, io ero quasi adolescente. Tu eri sola, e ti tenevi a galla per me.
In tutti questi anni ti ho abbracciata poco ma veramente. Negli ultimi anni spesso venivi a reclamare le mie coccole, quando le nostre parti avevano appena iniziato a invertirsi. Finché un giorno, di colpo, mi sono ritrovata ad esserti madre.
È la vecchiaia, direbbero alcuni. Invece è una storia che inizia da molto lontano: da quando tu eri solo una bambina e avevi per madre una donna incapace di dimostrarti affetto e stima in modo semplice e immediato. Una madre alla quale sentivi di poter stare in braccio solo a patto di dormire sonni profondi (e tu fingevi di dormire, pur di poter mantenere il contatto con il suo petto).
La tua vita non è stata una scala di cristallo, per citare Langston Hughes.
Ciliegie. Quelle consolatorie che ti ho portato il giorno stesso che sei stata ricoverata, quelle sbarazzine che ti appendevi alle orecchie a mo' di orecchini da bambina.
La collana di plastica che ti regalò tuo padre dopo averti vista guardarla sognante in una vetrina: non l'avevi chiesta, non l'avresti chiesta, ma lui te l'aveva donata.
L'enciclopedia per ragazzi sulla quale ti sei formata una mostruosa cultura generale e che hai scovato anni dopo in un mercatino a poche lire. La custodirò sempre per te.
Il gattino d'angora che accarezzavi insieme a tua madre in una foto che ti ritraeva meno che decenne, ribattezzato con il morbissimo nome di Bianchino Fiocchetto.
I gatti. Pisolo, il siamese sorridente. il nerissimo Mur, la bianchissima Marilyn, la certosina Margherita alla quale avevi affidato tua figlia come a una balia, le due Celine: la prima scomparsa misteriosamente nel nulla, la seconda morta solo pochi mesi fa al tuo fianco, nel sonno.
La amavi, la respiravi, vivevate in simbiosi. E tu sei andata a seppellirla in un giardino di nascosto, l'ultima volta che sei uscita da sola di casa.
Un metro e settantadue, quarantuno di (bellissimo) piede. Una delle poche parti che apprezzavi del tuo corpo: lunghi e sottili come quelli di tua madre.
E gli occhi, quegli occhi. Occhi da sarda fiera, allungati e meravigliosi. Arabi.
Da giovane ti sentiva brutta e informe, eppure hai sempre sprigionato un fascino speciale.
Privo di leziosità o compiacimento, regale senza essere filiforme.
I tuoi desideri. Vedermi felice, prima di tutto. Dicevi sempre di non aver mai nutrito preoccupazioni sul mio futuro o sul fatto che me la sarei cavata dopo la tua morte.
“Ormai sei grande, non ti servo più”.
I tuoi desideri erano sempre semplici e facili da esaudire. Solo due settimane fa mi dicevi: “Quando starò meglio vorrei tanto bere una piña colada, come quella che bevvi in quel ristorante messicano. Ti ricordi?”. Non eri una grande conoscitrice di alcolici: conoscevi solo quella piña colada. Ne ricordavi e ne assaporavi ancora la freschezza sul palato, ne apprezzavi il sentore alcolico che ti dava alla testa e ti rendeva leggermente sbronza.
Amavi i gelati al limone, il guacamole, le “pastasciutte verdurose” (come le chiamavamo), le paste lievitate.
Nell'ultimo periodo ti avevo regalato una piantina, una dalia gialla, perché fossi obbligata a prenderti cura di qualcosa o di qualcuno, visto che faticavi a farlo con te stessa.
Hai apprezzato il gesto e per qualche giorno ti ci sei dedicata con impegno: alla fine l'hai lasciata appassire e te ne sei scusata, rammaricandoti del fatto che ti stavi facendo appassire anche tu.
Cantavamo le arie d'opera a squarciagola sfidandoci a chi cantava meglio e più forte, quando ero piccola ti leggevo ad alta voce libri di Roald Dahl e Bianca Pitzorno mentre cucinavi, mi hai fatto amare Tom Waits e Daniel Pennac, mi hai insegnato a nuotare sfidando il mio orgoglio (mostruoso quanto il tuo). Sognavamo insieme sfogliando le pagine di Burda e immaginando di cucire splendidi abiti per danzare il tango.
Andavamo insieme a Napoli per le tue TAC e ne approfittavamo per mangiare in gustose e spartane trattorie locali.
Eseguivi rammenti e donavi abbracci. Divoravi libri e guardavi film.
Hai amato i miei muffin e la mia saggezza.
Hai perdonato la mia rabbia nel non vederti reagire alla tua sofferenza e le mie mancanze di umiltà.
Non hai perdonato tua madre e mio padre ma, ne sono certa, ora non ti rimane più nessuno da perdonare.
Ho scelto per te una bara semplice tutta di legno senza croci, ideale per la cremazione, che ho fatto rivestire di raso azzurro.
Ho chiesto che ti vestissero di un abito che ti fu fatto su misura da una sarta quasi trent'anni fa, di lino marrone a righe, sbracciato, fresco. Lo indossavi nel millenovecentoottantasei, appena prima di darmi alla luce nello stesso ospedale nel quale sei morta, a sancire il fatto ineluttabile che la vita scaturisce dalla morte, in un ciclo senza fine.
Ti ho comprato un mazzetto variopinto di fiori di campo, quelli che più amavi perché spontanei e bellissimi nella loro semplicità, e li ho sparsi nella tua bara: una gerbera gialla fra le mani fredde, grandi foglie di fico e fiori misti ai lati del viso e tra i piedi. Ora giaci in un prato fiorito ad attendere la cremazione, nel cimitero di Prima Porta. Con il tuo corpo bruceranno quei fiori e il ciondolo buddhista che ti è stato donato da un'amica.
Poi attraverserai il mare con me, come avresti sempre desiderato, e getteremo insieme le tue ceneri nel mare. Nel mare dal quale sei venuta.
E ti ricongiugerai a tuo fratello, tua madre e tuo padre.


Quando sei morta non ho pianto: mi sono rasserenata. Il pianto c'era stato e ci sarebbe stato, pungente e di pancia, prima e dopo.
Non mi hai mai vista ballare veramente il tango, nemmeno per strada.
Di ricordi felici dicevi di averne pochi, preziose madeleine che amavi rievocare nei momenti bui.
I tuoi pochi vezzi. Un set di biancheria di seta La Perla ricevuta in dono da mio padre e conservata gelosamente in un sacchetto rosso. La cipria, il rossetto rosso, gli anelli d'argento, le borsette, i foulard, le grandi collane etniche che trionfavano sul tuo seno florido tanto quanto sarebbero esagerate sul mio, i vestiti ampi e colorati, le scarpe sempre basse (ti sentivi sempre troppo alta. Fin dai tempi del liceo, quando svettavi sulle tue compagne di classe).
Abbiamo cucinato assieme, hai provato di insegnarmi a cucire e io a prenderti cura di te stessa.
L'agenzia di pompe funebri mi ha chiesto se volessi farti un funerale: io ho rispettato le tue volontà. Nessun funerale, nessuna lapide, nessuna inumazione.
Dopo due anni di assenza, finalmente, tornerai in Sardegna.