giovedì 27 maggio 2010

Primi amori

Di lui sapevo tutto, dal nome del padre a quello della sorella, dal nome della via nella quale abitava completa di numero civico, al telefono di casa. Sapevo addirittura in che ospedale era nato, e di quale città.
Avevo solo sette anni, ma già allora sapevo come impegnarmi per ottenere ciò che volevo. Ciò non toglie che il mio sia stato un vero, grande, primo amore soprattutto perché rimasto totalmente platonico, non consumato nemmeno in una passeggiata mano nella mano.
Il ricordo di quella prima, focosa cotta mi ha accompagnata negli anni, così come l'immagine di quello che, col tempo, è diventato un gran bel ragazzo: lineamenti meno delicati di quando era bambino e sembrava un principe indiano, già allora harem-dotato (non ero l'unica ad avergli messo gli occhi addosso, nel cortile della scuola).
Si circondava altezzoso di un corteo di amici bruttini e meno inclini a fare i leader, e correva avanti e indietro per farsi notare: irresistibile.

Stanotte l'ho sognato, come a testimonianza che non l'ho mai dimenticato. Ha affiancato la mia esistenza suo malgrado, nel ricordo e nella realtà di quando lo incrociavo per caso e la pancia mi si rimescolava al ricordo dei miei sette anni. E' capitato più e più volte, a distanza di anni: ad una sola occhiata ci si riconosceva, ci si emozionava e si continuava ciascuno per la propria strada. Tanto cambiati, tanto diversi l'uno dall'altra. L'ho visto fidanzarsi con ragazzette insignificanti e lasciarsi subito dopo, iscriversi alle superiori, andare al lavoro.

Volente o nolente, è entrato nella mia vita. E senza sfiorarmi.

mercoledì 12 maggio 2010

Blues

Denis, quando passa momenti tristi o semplicemente malinconici, parla di "blues". Bene, è quello che provo io in questo momento. Un blues lento, struggente, che mi prende quando mi trovo da sola con me stessa.

Guardo foto di vecchi compagni di scuola andati all'estero allo sbaraglio, come forse avrei voluto fare io ma come non avrei potuto, se non per incoscienza.
Leggo tristi annunci di lavoro, dai quali si evince che le uniche professioni a non soffrire della crisi di questi tempi sono l'operatore di call center, la commessa, la cameriera, il venditore, l'agente immobiliare, il rappresentante porta-a-porta. E mi ritengo fortunata perché riesco a lavorare come hostess e ho rimediato un colloquio come segretaria. Vedi baby, c'è di peggio.
Guardo persone che sgomitano disperatamente pur di farsi notare e, sotto sotto, le capisco.

Ho paura. Paura di non farcela, di non essere mai abbastanza adatta: al lavoro, alla vita di coppia, alla realtà che mi circonda. Mi sento come regredita di un anno: quando quasi un anno fa mi laureai e dopo sei giorni trovai il facile approdo di un bel lavoro in regola nel campo che mi interessava. Ottocentocinquanta euro ballerini, non male come stipendio per il mio primo vero lavoro. Poi la noia, la routine, con mansioni sempre meno interessanti e istruttive.
Dopo sei mesi, quella fase è finita. Con tutto l'ottimismo e la voglia di trovare una valida, e più stimolante, alternativa.

Sono passati tre mesi. Nei quali ho riordinato la casa, sentendomi a tratti casalinga disperata a tratti buona massaia, ho smaltito gli scatoloni di un trasloco tardivo, ho cucinato, ho pianto, ho riso, ho tentato di riorganizzare dignitosamente la mia vita, inviando decine di curricula, di foto, di e-mail, di lettere di presentazione.
Avevo seminato come mai, ma non è servito a molto.

Mi dicono di avere pazienza, e hanno ragione. Devo riempirmi la vita: non solo di lavoro, ma di ciò che amo. Inganno la solitudine facendo la spesa, perdendomi fra gli scaffali colorati dei supermercati: ma questo non basta più.

Sveglia, Giulia.