venerdì 24 dicembre 2010

Umori di fine anno

Danzerino.





Malinconico.





Giocoso.





(...continua...)

venerdì 17 dicembre 2010

I buoni propositi sono fatti per essere realizzati

Fino ad un anno fa, pensavo il contrario: invece, quest'anno voglio impegnarmi a rendere concrete le buone intenzioni di fine 2010. E ce ne sono tante.


  1. Coltivare sempre di più il mio rapporto con la persona che amo, in tutti i campi.
  2. Coltivare di più il mio rapporto con i veri amici, che incontro troppo raramente.
  3. Prendermi più cura del mio corpo e della mia salute.
  4. Ascoltare di più il mio corpo, i suoi bisogni, i suoi desideri.
  5. Crescere sempre di più, dentro e fuori. Osare senza paura, esplorare campi diversi. SPERIMENTARE.
  6. Imbarcarmi senza paura nella nuova avventura che mi attende a gennaio 2011: iniziare a lavorare come assistente marketing per un'agenzia pubblicitaria di Roma. Le premesse sono ottime, curiosità e voglia di mettermi alla prova da parte mia non mancano.
  7. Studiare, imparare un po' di quello che non so, prepararmi a questa nuova esperienza anche sul piano teorico.
  8. Perfezionare l'inglese continuando con alcune ottime abitudini (vedere serie tv e film in lingua, al massimo con sottotitoli in lingua originale) e il portoghese (che deve diventare la mia madrelingua).
  9. Imparare il francese quasi ex-novo.
  10. Leggere di più, tutti i classici che mi mancano (e sono tanti) e qualche autore contemporaneo fondamentale (Safran Foer, Auster etc...), italiani inclusi.
  11. Sperimentare in cucina, oltre che sul lavoro.
  12. Andare più spesso al cinema, che è un'esperienza insostituibile.
  13. Continuare a coltivare la passione (e la competenza) in campo modaiolo. Un giorno, chissà, magari mi tornerà utile.
  14. Continuare a smussare gli spigoli inutili, affilare le punte utili.
  15. Essere come il vento che soffia sulle spalle di chi amo, spingendoli ad andare avanti senza scoraggiarsi.
  16. Non cadere nella depressione per via di fallimenti o frustrazioni: entrambi sono la spinta a fare meglio, a dare di più e a trionfare.
  17. Adottare un gatto. Uno che abbia un bisogno spasmodico di calore, amore, carezze & grattini (in pole position).
  18. Iniziare seriamente a prendermi ciò che desidero.
(...continua...)

giovedì 19 agosto 2010

L'arte di essere felici

Reduce dalle solite vacanze in Sardegna, voglio raccontarvi una storia.
Una storia vera, una storia di felicità.
I protagonisti si chiamano Pietrino e Wilma, sono sulla settantina e sono i miei vicini di casa in Sardegna.
Lui è sardo della Gallura, lei olandese.
Si conobbero negli anni Cinquanta-Sessanta: lui bello e ventenne, lei babysitter straniera che non parlava una parola d'italiano, lingua che anche oggi parla a modo suo (con marcatissimo accento olandese-tedesco, mischiato al gallurese).
A gesti iniziò la loro storia d'amore: giovanissimi si sposarono, in una Sardegna nella quale alla sposa era ancora richiesta una dote congrua, mentre la fanciulla in questione aveva da offrire solo sé stessa.
Il loro matrimonio, sul quale nessuno avrebbe scommesso, dura da cinquant'anni, di cui una quarantina passati sotto l'occhio vigile della leggendaria madre di lui, la Signora Maddalena, divenuta celebre per l'età alla quale è morta (qualcuno giura che avesse ben più di cento anni). La signora viveva in una casa attaccata alla loro, e dio solo sa come potevano essere le suocere sarde di mezzo secolo fa, specialmente con nuore straniere e guardate con sospetto.
Oggi chiunque li conosca potrebbe affermare che sono due persone felici. Veramente felici.
Due vecchi innamorati con figli grandi, nipoti e campagna tutt'attorno: un cinghiale di nome Charlie in cortile, un cane, due gatti, mucche, capre, pecore, asinelli, dituttodipiù. Che d'estate vanno insieme a nuotare nel mare più bello della Sardegna e accudiscono le loro bestie, vivendo a contatto con la natura, mangiando carne arrostita e ridendo, e vivendo spiritosamente il loro amore.
Forse è questa la felicità.

giovedì 10 giugno 2010

Tenersi stretto un uomo

Donne, fino a che punto siete pronte a tenervi stretto un uomo?
Annarita Buonocore era pronta a tutto, anche a rapire il neonato di un'altra mamma dal nido.
Infermiera, incensurata, amante di un uomo sposato. Lui la mette incinta, e lei è convinta di tenerlo legato a sé in virtù della sua gravidanza. Poi, qualcosa va storto: perde il bambino, fingendo però di essere ancora incinta.
E poi le capita per le mani questo neonato, appena registrato all'anagrafe come Luca, così piccolo da poter essere verosimilmente suo figlio: nato nell'ospedale dove lavora, la madre non sospetta nulla, è un'occasione irripetibile. Che Annarita non si lascia sfuggire: rapisce il neonato, nato il giorno prima, e lo presenta all'amante come figlio suo.
E dire che è madre di due figlie, di 11 e 19 anni, alle quali ha raccontato che per motivi di salute aveva dovuto portare a casa il bambino per accudirlo.
Morale della favola: ora è in isolamento nel carcere di Fuorni (Salerno), sorvegliata a vista e accusata di sequestro di persona e maltrattamenti.

Per quale uomo può valere la pena finire così?

giovedì 27 maggio 2010

Primi amori

Di lui sapevo tutto, dal nome del padre a quello della sorella, dal nome della via nella quale abitava completa di numero civico, al telefono di casa. Sapevo addirittura in che ospedale era nato, e di quale città.
Avevo solo sette anni, ma già allora sapevo come impegnarmi per ottenere ciò che volevo. Ciò non toglie che il mio sia stato un vero, grande, primo amore soprattutto perché rimasto totalmente platonico, non consumato nemmeno in una passeggiata mano nella mano.
Il ricordo di quella prima, focosa cotta mi ha accompagnata negli anni, così come l'immagine di quello che, col tempo, è diventato un gran bel ragazzo: lineamenti meno delicati di quando era bambino e sembrava un principe indiano, già allora harem-dotato (non ero l'unica ad avergli messo gli occhi addosso, nel cortile della scuola).
Si circondava altezzoso di un corteo di amici bruttini e meno inclini a fare i leader, e correva avanti e indietro per farsi notare: irresistibile.

Stanotte l'ho sognato, come a testimonianza che non l'ho mai dimenticato. Ha affiancato la mia esistenza suo malgrado, nel ricordo e nella realtà di quando lo incrociavo per caso e la pancia mi si rimescolava al ricordo dei miei sette anni. E' capitato più e più volte, a distanza di anni: ad una sola occhiata ci si riconosceva, ci si emozionava e si continuava ciascuno per la propria strada. Tanto cambiati, tanto diversi l'uno dall'altra. L'ho visto fidanzarsi con ragazzette insignificanti e lasciarsi subito dopo, iscriversi alle superiori, andare al lavoro.

Volente o nolente, è entrato nella mia vita. E senza sfiorarmi.

mercoledì 12 maggio 2010

Blues

Denis, quando passa momenti tristi o semplicemente malinconici, parla di "blues". Bene, è quello che provo io in questo momento. Un blues lento, struggente, che mi prende quando mi trovo da sola con me stessa.

Guardo foto di vecchi compagni di scuola andati all'estero allo sbaraglio, come forse avrei voluto fare io ma come non avrei potuto, se non per incoscienza.
Leggo tristi annunci di lavoro, dai quali si evince che le uniche professioni a non soffrire della crisi di questi tempi sono l'operatore di call center, la commessa, la cameriera, il venditore, l'agente immobiliare, il rappresentante porta-a-porta. E mi ritengo fortunata perché riesco a lavorare come hostess e ho rimediato un colloquio come segretaria. Vedi baby, c'è di peggio.
Guardo persone che sgomitano disperatamente pur di farsi notare e, sotto sotto, le capisco.

Ho paura. Paura di non farcela, di non essere mai abbastanza adatta: al lavoro, alla vita di coppia, alla realtà che mi circonda. Mi sento come regredita di un anno: quando quasi un anno fa mi laureai e dopo sei giorni trovai il facile approdo di un bel lavoro in regola nel campo che mi interessava. Ottocentocinquanta euro ballerini, non male come stipendio per il mio primo vero lavoro. Poi la noia, la routine, con mansioni sempre meno interessanti e istruttive.
Dopo sei mesi, quella fase è finita. Con tutto l'ottimismo e la voglia di trovare una valida, e più stimolante, alternativa.

Sono passati tre mesi. Nei quali ho riordinato la casa, sentendomi a tratti casalinga disperata a tratti buona massaia, ho smaltito gli scatoloni di un trasloco tardivo, ho cucinato, ho pianto, ho riso, ho tentato di riorganizzare dignitosamente la mia vita, inviando decine di curricula, di foto, di e-mail, di lettere di presentazione.
Avevo seminato come mai, ma non è servito a molto.

Mi dicono di avere pazienza, e hanno ragione. Devo riempirmi la vita: non solo di lavoro, ma di ciò che amo. Inganno la solitudine facendo la spesa, perdendomi fra gli scaffali colorati dei supermercati: ma questo non basta più.

Sveglia, Giulia.

venerdì 2 aprile 2010

Maiali

Stanotte, un sogno di quelli che non si possono dimenticare.
Sono una maialina: non in senso lato, nel vero senso della parola. Portata al macello, in un ambiente diviso in tre stanze: la prima abbastanza grande, la seconda gigantesca con tanto di armadi guardaroba, la terza piccola e angusta, e senza una parete sul retro: alla mercé del mondo. Mentre mi trovo lì, ricevo telefonate: da mia nonna, da mio padre, da mia zia e da un'amica che non vedo dal secondo anno di università. Transito nelle tre stanze, e quando entro volontariamente nella terza, quella definitiva e senza ritorno, sento che la mia fine è vicina. Guardo dietro di me e vedo una strada: oltre la curva, sicuramente, qualche predatore che si ciberà delle mie carni.

Strano nutrire ora timori che avrei dovuto avere sette mesi fa.

giovedì 1 aprile 2010

Affogare nella carta

Io non esisterei senza la carta. La carta dei miei libri, che fin da piccola annusavo con avidità. La carta dei bigliettini che confezionavo per parenti e amici da piccola. La carta che scartavo per denudare morbide Morositas che divoravo in un sol boccone. La carta sulla quale scarabocchiavo donne nude e polli arrosto fumanti (e, in assenza di quella, mi accontentavo dei muri della mia cameretta).

Solo oggi mi rendo conto di quanta carta sia riuscita ad accumulare in ventitré anni di vita. Articoli che tenevo da parte certa che mi sarebbero stati utili in futuro, pubblicità accattivanti, foto di moda le cui modelle avrei voluto scontornare e appendere al muro, intere riviste, depliant, cartoline, brochure di mostre, biglietti di cinema, teatro, concerti. E poi libri, tanti libri da esserne sommersa.

Non sono cambiata, e forse soltanto Bradbury con il suo Fahrenheit 451 potrebbe venirmi in soccorso dando tutto alle fiamme. Due decadi di vita, poche ma intense. E poi, i ricordi. Tanti. Tra foto in bianco e nero dalle quali dardeggia lo sguardo arabo di mia madre giovane, mia nonna sgambata e sorridente, mio nonno che mai conobbi ma che avrei dovuto conoscere, Roald Dahl e Matilda, Bianca Pitzorno e Prisca Puntoni, Pinin Carpi e Lupo Uragano, Margaret Mahy e i suoi pirati: tutto in cenere.

Ripensandoci bene, scelgo la polvere, il peso, il profumo.

giovedì 14 gennaio 2010

Le donne, vere protagoniste degli anni Cinquanta

Inizio col dire che la serie tv Mad Men è davvero bella. Si chiama così dal nomignolo affibbiato, nel corso dei Fifteens, ai pubblicitari americani, che sono i protagonisti (apparenti) della serie.

In realtà, le vere protagoniste di Mad Men sono le donne. Pettinature cotonate e bigodinate, tette a punta sotto golfini attillati ma castigati, gonne a ruota, rossetto perfettamente vermiglio su pelle di porcellana. Mogli, amanti, lavoratrici e per questo svergognate. Con mariti fedifragi, amanti avidi, ruoli determinanti ma sempre sotto banco.

Tutte floride come muffins e con guance rigogliose. Tanto rassicuranti nel corpo quanto minacciose nei reggiseni bullet, quelli a forma conica che rilanciò Madonna durante il Blonde Ambition Tour del 1990. A volte finto-innocenti poi ambiziose senza appello, come la giovane segretaria alle prime armi (e alle prime seduzioni). Schiette nel proprio potenziale seduttivo come la voluttuosa segretaria rossa di capelli e di abiti che sculetta da una scrivania all’altra. Perfettine e inquiete, come la moglie bionda e gracekelliana del protagonista Don Draper: vitino di vespa, abilità culinarie, un passato da modella e due figli nel curriculum vitae. Indipendenti e guardate con sospetto sia da uomini che donne, come la madre single Alice e l’ereditiera imprenditrice munita di rifinitissimi tailleur Chanel.

Donne alla ricerca di un posto del mondo, che cominciano a capire che il matrimonio non è tutto.