lunedì 19 marzo 2007

Vita appena abbozzata

Elementari 'Giuseppe Parini', mattina.
L'adorata maestra d'italiano consegna i temi corretti: a me è destinato, come di consueto, un 10 e lode, che a volte si esprime come 'Eccellente', a volte come 'Bravissima!', a volte con 'Molto bello'.
Alternative negative non mi vengono poste: sei la cocca della maestra, dicono.
Dietro le mie spalle il solito brusio di compagne ansiose di conoscere il mio voto, che dal canto mio cerco di tenere il più riservato possibile.
Avverto invidia maligna e ostilità da parte di quella gang di bullette antelitteram.
Mi vedo rifugiarmi dietro la lavagna con il mio quaderno d'italiano, piena di un'amarezza incomunicabile per una bambina di otto anni, e trasformare quelli che un tempo furono gloriosi '10' in zero spaccati senza faccine.
E la maestra continuare ad elogiarmi in pubblico, come se niente fosse.

1998. Sono a Bolca, e il Veneto sarà il mio destino, anche se ancora non lo so.
Un numero di Donna Moderna, spiegazzato per l'uso, unico passatempo in uno spartano campo avventure WWF.
Si scavano fossili, e si trovano piccoli denti di squalo scavando appena più a fondo col piccone nel terriccio.
Ho dodici anni, sono pocopiùcheunabambina, ma non ne sono consapevole.
Ho la mia vanità e la mia riservatezza, ma proprio ora comincio, lo sento, ad aprirmi per la prima volta al mondo.
Nella grande camerata delle ragazze, chiacchericcio, fanciulle precocemente sviluppate in reggiseno e la mia sensazione/speranza di avere le prime mestruazioni.
Ma per quell'onòre/onere dovrò aspettare ancora tre anni, anche se le altre non lo sanno.

Agosto 2002, Leonessa, festa di Ferragosto: ci si traveste.
Io sono contesa fra due squadre per fare l''indiana o la polinesiana.
Scelgo quest'ultima.
Il mio corpo, allora abbronzato e perfetto, da sedicenne in boccio è agghindato di fiori come un giardino esotico.
Fiori, rigorosamente di carta, fra i capelli.
Fiori sul sarong che mi ricopre un seno che si avverte appena.
Muscoli tesi e allungati come solo a sedici anni si possono avere.
Passo e mi guardano sorridendo, come se partecipassero con la loro gioia alla mia grazia.

Maggio 2004, San Pietroburgo: scambio culturale.
Il rigonfio piumino rosso bordeaux mi fa sembrare l'omino Michelin, e i miei capelli non conoscono piastre ne' artifici.
Così diversa dalle mie compagne acchittate sempre come popstar in libera uscita, specialmente di sera.
La russa Milena dice: non sederti sugli scalini di notte, visto che sei donna puoi diventare sterile.
Pur scettica, obbedisco pensando ai bambini che non potrò partorire.

Gennaio 2005, Salvador Bahia.
Amo questa città, con le case tutte di colori diversi, la fontana il cui getto va a ritmo di musica, il trans che intreccia chiome europee e non, il presepe nero nella piazza di Pelourinho.
Sono ormai una ragazza.
Treccinomunita, morbida e ancheggiante.
Nel paese del culo, metto in mostra il culo.
E il Brasile sembra apprezzare.

Ottobre-Novembre 2005, Parigi.
Sgambetto per la Ville Lumiere con parigine a righe rosa, stivaletti sadomaso e zia psicoterapeuta al seguito.
Ci cibiamo di croissant salati, zuppe di fortuna e pastasciutte minimaliste, ma siamo felici.
Nel Musee Rodin trovo ufficialmente il nirvana.
La mano mi va continuamente alla digitale, come la mano di un reduce di guerra andrebbe al fucile: tra me e la Sesta Arte è ammmore al primo scatto.

Lunedì, 19 marzo 2007.
Sono qui, a ricomporre i pezzi di memorie lontane nella vita e così vicine nel tempo da lasciarmi attonita a vederle passare, a random, senza una consequenzialità logica, mentre la pioggia offusca ciò che è fuori e risveglia ciò che c'è dentro.

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