giovedì 25 giugno 2015

Palau, millenovecentocinquantaquattro

Palau (OT), millenovecentocinquantaquattro.
Sei venuta al mondo il sette maggio come molti grandi: Tchaikovsky, Brahms, Evita Peron.
Persino quel gran gnocco di Gary Cooper.
Te ne sei andata lo stesso giorno e alla stessa età del compositore di Titanic James Horner, insieme a Laura Antonelli e Remo Remotti (in buona compagnia sia alla nascita che alla morte) il ventidue giugno del duemilaquindici, alle 23:45.
Giusto in tempo per morire lo stesso giorno di tuo fratello Angelo, solo due anni più tardi.
Lo stesso giorno nel quale milioni di studenti italiani affrontavano la terza prova scritta della maturità.
Non hai sofferto, dicono: eri imbottita di morfina e di ossigeno, gli occhi a mezz'asta e la testardaggine che ti ha tenuta in vita fino alla fine.
Sei libera di andare in pace, ti ho detto. Tu ci sei andata, giusto qualche minuto dopo.
Ero sola nella stanza, ho visto le vene del tuo collo smettere di pulsare, insieme al tuo cuore.
La tua espressione cristallizzarsi sul tuo volto nell'istante nel quale hai cessato di vivere.
La bocca aperta, avida dell'ossigeno che non ti bastava più, i begli zigomi che mi hai lasciato in eredità più sporgenti che mai, la pelle liscia, la quasi totale assenza di rughe.
Ha un viso bellissimo, ha detto mio padre e molti altri. Lo avevi sempre avuto.
Mentre ti stavo accanto ho immaginato di accompagnarti, io adulta e tu bambina con i boccoli, le mutande a palloncino e la borsetta (come in una vecchia foto) verso la luce che ti attendeva.
Prima ancora ti ho tenuto la mano, ti ho baciato, ho posato l'orecchio sul tuo petto e ho ascoltato il tuo corpo dirmi che, seppure stremato, cercava di resistere.
Hai sempre negato a te stessa di essere una malata terminale. Anche quando ti prescrissero il primo oppioide. Ma non è morfina, dicevi. Inizialmente trovasti conforto nella morfina: allontanava il dolore ma, mi dicevi, non ti intontiva.
Poi ti intorpidì fino a renderti sempre più difficile respirare. Tuttavia non sei morta per soffocamento, e questa è una grande consolazione.
Non facevo altro che pensare che da qualche parte, in quell'involucro di carne stanca, ci fossi ancora tu. Mia madre.
Quando è stato evidente che ti trovavi in una situazione critica, sono stata costretta a scegliere tra procurarmi una bombola di ossigeno e curarti a casa oppure chiamare il 118. Ho optato per questa seconda scelta, perché non ne avevo altre possibili.
Il giorno prima che morissi, sul letto di ospedale, ho fatto giusto in tempo a dirti che ti volevo bene, e tu a rispondermi “Anch'io”, l'ultima volta che ti ho sentito articolare parole comprensibili.
Il giorno dopo eri incosciente nel corpo, ma sentivi tutto. Le presenze, le parole, le carezze, la vita che si allontanava pian piano. E ti ci aggrappavi ferocemente mentre io ti parlavo, mi scusavo per la mia rabbia e per la mia incapacità di reagire, ti accostavo all'orecchio una musica bellissima.
Mi sforzavo di perdonarti per esserti trascurata, per essere stata così orgogliosa da non aver accettato che nemmeno tua figlia ti aiutasse quando ancora avresti potuto salvarti.
Non ti sei mai fatta fotografare seriamente da me.
Non conoscerai mai i miei figli. Avresti voluto diventare nonna. Ogni tanto me lo dicevi, con un luccichio negli occhi: me li darai dei nipotini?.
Loro non conosceranno mai una nonna amorevole che gli avrebbe preparato tiramisù squisiti e casatielli napoletani, ma dovranno accontentarsi di una madre che terrà in vita e valorizzerà tutto quello che sua madre le ha dato e fatto sentire.
Sei stata sempre così brava a prenderti cura di me. Mi hai sempre incalzato perché coltivassi le mie passioni, senza impormi mai le tue. Hai centellinato il denaro ma non hai mai lesinato sull'affetto. Non ti sei mai impicciata della mia vita ma sei sempre stata presente, dicendo la tua.
Io protestavo ma, come sai bene, ti ho sempre ascoltato. Consapevole che le tue parole scaturivano dal cuore.
Sei arrivata a fingerti un mio ammiratore segreto (tale “unoqualsiasi”) venuto dal Web sul mio blog per tirarmi su di morale in un periodo nero. Con Internet hai sempre avuto un rapporto disinvolto e conflittuale, e mi hai iniziata molto presto alle gioie (e ai dolori) del Web.
Sei sopravvissuta al periodo più buio della tua vita grazie a una community virtualemanontroppo, dalla quale sono scaturiti alcuni veri amici. Nel frattempo moriva tua madre, finiva ufficialmente il tuo matrimonio, io ero quasi adolescente. Tu eri sola, e ti tenevi a galla per me.
In tutti questi anni ti ho abbracciata poco ma veramente. Negli ultimi anni spesso venivi a reclamare le mie coccole, quando le nostre parti avevano appena iniziato a invertirsi. Finché un giorno, di colpo, mi sono ritrovata ad esserti madre.
È la vecchiaia, direbbero alcuni. Invece è una storia che inizia da molto lontano: da quando tu eri solo una bambina e avevi per madre una donna incapace di dimostrarti affetto e stima in modo semplice e immediato. Una madre alla quale sentivi di poter stare in braccio solo a patto di dormire sonni profondi (e tu fingevi di dormire, pur di poter mantenere il contatto con il suo petto).
La tua vita non è stata una scala di cristallo, per citare Langston Hughes.
Ciliegie. Quelle consolatorie che ti ho portato il giorno stesso che sei stata ricoverata, quelle sbarazzine che ti appendevi alle orecchie a mo' di orecchini da bambina.
La collana di plastica che ti regalò tuo padre dopo averti vista guardarla sognante in una vetrina: non l'avevi chiesta, non l'avresti chiesta, ma lui te l'aveva donata.
L'enciclopedia per ragazzi sulla quale ti sei formata una mostruosa cultura generale e che hai scovato anni dopo in un mercatino a poche lire. La custodirò sempre per te.
Il gattino d'angora che accarezzavi insieme a tua madre in una foto che ti ritraeva meno che decenne, ribattezzato con il morbissimo nome di Bianchino Fiocchetto.
I gatti. Pisolo, il siamese sorridente. il nerissimo Mur, la bianchissima Marilyn, la certosina Margherita alla quale avevi affidato tua figlia come a una balia, le due Celine: la prima scomparsa misteriosamente nel nulla, la seconda morta solo pochi mesi fa al tuo fianco, nel sonno.
La amavi, la respiravi, vivevate in simbiosi. E tu sei andata a seppellirla in un giardino di nascosto, l'ultima volta che sei uscita da sola di casa.
Un metro e settantadue, quarantuno di (bellissimo) piede. Una delle poche parti che apprezzavi del tuo corpo: lunghi e sottili come quelli di tua madre.
E gli occhi, quegli occhi. Occhi da sarda fiera, allungati e meravigliosi. Arabi.
Da giovane ti sentiva brutta e informe, eppure hai sempre sprigionato un fascino speciale.
Privo di leziosità o compiacimento, regale senza essere filiforme.
I tuoi desideri. Vedermi felice, prima di tutto. Dicevi sempre di non aver mai nutrito preoccupazioni sul mio futuro o sul fatto che me la sarei cavata dopo la tua morte.
“Ormai sei grande, non ti servo più”.
I tuoi desideri erano sempre semplici e facili da esaudire. Solo due settimane fa mi dicevi: “Quando starò meglio vorrei tanto bere una piña colada, come quella che bevvi in quel ristorante messicano. Ti ricordi?”. Non eri una grande conoscitrice di alcolici: conoscevi solo quella piña colada. Ne ricordavi e ne assaporavi ancora la freschezza sul palato, ne apprezzavi il sentore alcolico che ti dava alla testa e ti rendeva leggermente sbronza.
Amavi i gelati al limone, il guacamole, le “pastasciutte verdurose” (come le chiamavamo), le paste lievitate.
Nell'ultimo periodo ti avevo regalato una piantina, una dalia gialla, perché fossi obbligata a prenderti cura di qualcosa o di qualcuno, visto che faticavi a farlo con te stessa.
Hai apprezzato il gesto e per qualche giorno ti ci sei dedicata con impegno: alla fine l'hai lasciata appassire e te ne sei scusata, rammaricandoti del fatto che ti stavi facendo appassire anche tu.
Cantavamo le arie d'opera a squarciagola sfidandoci a chi cantava meglio e più forte, quando ero piccola ti leggevo ad alta voce libri di Roald Dahl e Bianca Pitzorno mentre cucinavi, mi hai fatto amare Tom Waits e Daniel Pennac, mi hai insegnato a nuotare sfidando il mio orgoglio (mostruoso quanto il tuo). Sognavamo insieme sfogliando le pagine di Burda e immaginando di cucire splendidi abiti per danzare il tango.
Andavamo insieme a Napoli per le tue TAC e ne approfittavamo per mangiare in gustose e spartane trattorie locali.
Eseguivi rammenti e donavi abbracci. Divoravi libri e guardavi film.
Hai amato i miei muffin e la mia saggezza.
Hai perdonato la mia rabbia nel non vederti reagire alla tua sofferenza e le mie mancanze di umiltà.
Non hai perdonato tua madre e mio padre ma, ne sono certa, ora non ti rimane più nessuno da perdonare.
Ho scelto per te una bara semplice tutta di legno senza croci, ideale per la cremazione, che ho fatto rivestire di raso azzurro.
Ho chiesto che ti vestissero di un abito che ti fu fatto su misura da una sarta quasi trent'anni fa, di lino marrone a righe, sbracciato, fresco. Lo indossavi nel millenovecentoottantasei, appena prima di darmi alla luce nello stesso ospedale nel quale sei morta, a sancire il fatto ineluttabile che la vita scaturisce dalla morte, in un ciclo senza fine.
Ti ho comprato un mazzetto variopinto di fiori di campo, quelli che più amavi perché spontanei e bellissimi nella loro semplicità, e li ho sparsi nella tua bara: una gerbera gialla fra le mani fredde, grandi foglie di fico e fiori misti ai lati del viso e tra i piedi. Ora giaci in un prato fiorito ad attendere la cremazione, nel cimitero di Prima Porta. Con il tuo corpo bruceranno quei fiori e il ciondolo buddhista che ti è stato donato da un'amica.
Poi attraverserai il mare con me, come avresti sempre desiderato, e getteremo insieme le tue ceneri nel mare. Nel mare dal quale sei venuta.
E ti ricongiugerai a tuo fratello, tua madre e tuo padre.


Quando sei morta non ho pianto: mi sono rasserenata. Il pianto c'era stato e ci sarebbe stato, pungente e di pancia, prima e dopo.
Non mi hai mai vista ballare veramente il tango, nemmeno per strada.
Di ricordi felici dicevi di averne pochi, preziose madeleine che amavi rievocare nei momenti bui.
I tuoi pochi vezzi. Un set di biancheria di seta La Perla ricevuta in dono da mio padre e conservata gelosamente in un sacchetto rosso. La cipria, il rossetto rosso, gli anelli d'argento, le borsette, i foulard, le grandi collane etniche che trionfavano sul tuo seno florido tanto quanto sarebbero esagerate sul mio, i vestiti ampi e colorati, le scarpe sempre basse (ti sentivi sempre troppo alta. Fin dai tempi del liceo, quando svettavi sulle tue compagne di classe).
Abbiamo cucinato assieme, hai provato di insegnarmi a cucire e io a prenderti cura di te stessa.
L'agenzia di pompe funebri mi ha chiesto se volessi farti un funerale: io ho rispettato le tue volontà. Nessun funerale, nessuna lapide, nessuna inumazione.
Dopo due anni di assenza, finalmente, tornerai in Sardegna. 

mercoledì 15 aprile 2015

Morte, vita e gatti

La morte.
1997. Una stanza bianca, l'odore sterile di disinfettante, un medico allampanato con il viso dolce e l'accento made in USA: un veterinario, nella sua clinica veterinaria.
Un tavolo chirurgico e, appoggiato sopra, un grande sacco nero di plastica, di quelli della nettezza urbana: al suo interno un peluche, una copertina e due occhi vitrei e vuoti di gatta. La mia gatta. Soppressa per risparmiarle le pene di un raro tumore muscolare dal quale non sarebbe mai guarita.
Ricordo l'empatia del veterinario, la sua delicatezza, i suoi occhi lucidi.
Quindici anni dopo si sarebbe suicidato. Causa più probabile: la depressione nella quale era scivolato in seguito al suo divorzio.
2015. Interno, pomeriggio. Letto con copripiumino IKEA, corpo esanime di gatta.
Ex animum: l'anima se n'è andata da poco, il corpicino è ancora rigido come uno stoccafisso.
Età stimata: su per giù, 17 anni, 10 dei quali passati al fianco di una donna, mia madre.
Cinque passati al fianco della giovane donna che ora ne solleva il cadavere, lo bacia sul muso e lo sistema all'interno di una body bag improvvisata con una vecchia gonna imbottita.
Celina ha occhi e fauci socchiuse, il corpo dinoccolato che la morte ha colto disteso in modo aggraziato, matasse aggrovigliate di pelo: un ammasso di pelle e ossa che in vita era diventata tutta occhi. Ti scrutava.
Da giovane era tutta coda e culottes di vaporoso pelo lungo tigrato, gelosissima, si stendeva sul letto fra me e il mio ragazzo rendendoci impossibile dormire abbracciati. Su un altro letto è morta, felice.
La vita.
2011. Interno, sera. Suona il citofono: è una donna che porta in braccio una gatta bianca e nera a pelo corto, dall'aria bovina e mansueta, soffice e un po' timorosa. Magra, i capezzolini rosa appena gonfi. Mi è stato anticipato: potrebbe essere incinta. Viene battezzata Amélie, per via di quella sua aria sognante da eroina del cinema francese.
Due mesi dopo è giovedì, è il 2 Giugno, è la Festa della Repubblica. Sono le dieci del mattino e pare tutto tranquillo.
Non lo è: proprio nella stanza accanto, quella gatta bianca e nera sta tirandosi fuori dalla pancia le sue creature.
Prima due, poi tre, poi cinque. Poi, in mezzo alla folla, appare una sesta testolina mai notata prima.
Sei creature cieche che annaspano alla ricerca del calore e delle mammelle materne. Sei vite.
2015. Interno, sera. Tre gatti mi riposano addosso, facendo le fusa all'unisono.
La vita continua.

venerdì 24 dicembre 2010

Umori di fine anno

Danzerino.





Malinconico.





Giocoso.





(...continua...)

venerdì 17 dicembre 2010

I buoni propositi sono fatti per essere realizzati

Fino ad un anno fa, pensavo il contrario: invece, quest'anno voglio impegnarmi a rendere concrete le buone intenzioni di fine 2010. E ce ne sono tante.


  1. Coltivare sempre di più il mio rapporto con la persona che amo, in tutti i campi.
  2. Coltivare di più il mio rapporto con i veri amici, che incontro troppo raramente.
  3. Prendermi più cura del mio corpo e della mia salute.
  4. Ascoltare di più il mio corpo, i suoi bisogni, i suoi desideri.
  5. Crescere sempre di più, dentro e fuori. Osare senza paura, esplorare campi diversi. SPERIMENTARE.
  6. Imbarcarmi senza paura nella nuova avventura che mi attende a gennaio 2011: iniziare a lavorare come assistente marketing per un'agenzia pubblicitaria di Roma. Le premesse sono ottime, curiosità e voglia di mettermi alla prova da parte mia non mancano.
  7. Studiare, imparare un po' di quello che non so, prepararmi a questa nuova esperienza anche sul piano teorico.
  8. Perfezionare l'inglese continuando con alcune ottime abitudini (vedere serie tv e film in lingua, al massimo con sottotitoli in lingua originale) e il portoghese (che deve diventare la mia madrelingua).
  9. Imparare il francese quasi ex-novo.
  10. Leggere di più, tutti i classici che mi mancano (e sono tanti) e qualche autore contemporaneo fondamentale (Safran Foer, Auster etc...), italiani inclusi.
  11. Sperimentare in cucina, oltre che sul lavoro.
  12. Andare più spesso al cinema, che è un'esperienza insostituibile.
  13. Continuare a coltivare la passione (e la competenza) in campo modaiolo. Un giorno, chissà, magari mi tornerà utile.
  14. Continuare a smussare gli spigoli inutili, affilare le punte utili.
  15. Essere come il vento che soffia sulle spalle di chi amo, spingendoli ad andare avanti senza scoraggiarsi.
  16. Non cadere nella depressione per via di fallimenti o frustrazioni: entrambi sono la spinta a fare meglio, a dare di più e a trionfare.
  17. Adottare un gatto. Uno che abbia un bisogno spasmodico di calore, amore, carezze & grattini (in pole position).
  18. Iniziare seriamente a prendermi ciò che desidero.
(...continua...)

giovedì 19 agosto 2010

L'arte di essere felici

Reduce dalle solite vacanze in Sardegna, voglio raccontarvi una storia.
Una storia vera, una storia di felicità.
I protagonisti si chiamano Pietrino e Wilma, sono sulla settantina e sono i miei vicini di casa in Sardegna.
Lui è sardo della Gallura, lei olandese.
Si conobbero negli anni Cinquanta-Sessanta: lui bello e ventenne, lei babysitter straniera che non parlava una parola d'italiano, lingua che anche oggi parla a modo suo (con marcatissimo accento olandese-tedesco, mischiato al gallurese).
A gesti iniziò la loro storia d'amore: giovanissimi si sposarono, in una Sardegna nella quale alla sposa era ancora richiesta una dote congrua, mentre la fanciulla in questione aveva da offrire solo sé stessa.
Il loro matrimonio, sul quale nessuno avrebbe scommesso, dura da cinquant'anni, di cui una quarantina passati sotto l'occhio vigile della leggendaria madre di lui, la Signora Maddalena, divenuta celebre per l'età alla quale è morta (qualcuno giura che avesse ben più di cento anni). La signora viveva in una casa attaccata alla loro, e dio solo sa come potevano essere le suocere sarde di mezzo secolo fa, specialmente con nuore straniere e guardate con sospetto.
Oggi chiunque li conosca potrebbe affermare che sono due persone felici. Veramente felici.
Due vecchi innamorati con figli grandi, nipoti e campagna tutt'attorno: un cinghiale di nome Charlie in cortile, un cane, due gatti, mucche, capre, pecore, asinelli, dituttodipiù. Che d'estate vanno insieme a nuotare nel mare più bello della Sardegna e accudiscono le loro bestie, vivendo a contatto con la natura, mangiando carne arrostita e ridendo, e vivendo spiritosamente il loro amore.
Forse è questa la felicità.

giovedì 10 giugno 2010

Tenersi stretto un uomo

Donne, fino a che punto siete pronte a tenervi stretto un uomo?
Annarita Buonocore era pronta a tutto, anche a rapire il neonato di un'altra mamma dal nido.
Infermiera, incensurata, amante di un uomo sposato. Lui la mette incinta, e lei è convinta di tenerlo legato a sé in virtù della sua gravidanza. Poi, qualcosa va storto: perde il bambino, fingendo però di essere ancora incinta.
E poi le capita per le mani questo neonato, appena registrato all'anagrafe come Luca, così piccolo da poter essere verosimilmente suo figlio: nato nell'ospedale dove lavora, la madre non sospetta nulla, è un'occasione irripetibile. Che Annarita non si lascia sfuggire: rapisce il neonato, nato il giorno prima, e lo presenta all'amante come figlio suo.
E dire che è madre di due figlie, di 11 e 19 anni, alle quali ha raccontato che per motivi di salute aveva dovuto portare a casa il bambino per accudirlo.
Morale della favola: ora è in isolamento nel carcere di Fuorni (Salerno), sorvegliata a vista e accusata di sequestro di persona e maltrattamenti.

Per quale uomo può valere la pena finire così?

giovedì 27 maggio 2010

Primi amori

Di lui sapevo tutto, dal nome del padre a quello della sorella, dal nome della via nella quale abitava completa di numero civico, al telefono di casa. Sapevo addirittura in che ospedale era nato, e di quale città.
Avevo solo sette anni, ma già allora sapevo come impegnarmi per ottenere ciò che volevo. Ciò non toglie che il mio sia stato un vero, grande, primo amore soprattutto perché rimasto totalmente platonico, non consumato nemmeno in una passeggiata mano nella mano.
Il ricordo di quella prima, focosa cotta mi ha accompagnata negli anni, così come l'immagine di quello che, col tempo, è diventato un gran bel ragazzo: lineamenti meno delicati di quando era bambino e sembrava un principe indiano, già allora harem-dotato (non ero l'unica ad avergli messo gli occhi addosso, nel cortile della scuola).
Si circondava altezzoso di un corteo di amici bruttini e meno inclini a fare i leader, e correva avanti e indietro per farsi notare: irresistibile.

Stanotte l'ho sognato, come a testimonianza che non l'ho mai dimenticato. Ha affiancato la mia esistenza suo malgrado, nel ricordo e nella realtà di quando lo incrociavo per caso e la pancia mi si rimescolava al ricordo dei miei sette anni. E' capitato più e più volte, a distanza di anni: ad una sola occhiata ci si riconosceva, ci si emozionava e si continuava ciascuno per la propria strada. Tanto cambiati, tanto diversi l'uno dall'altra. L'ho visto fidanzarsi con ragazzette insignificanti e lasciarsi subito dopo, iscriversi alle superiori, andare al lavoro.

Volente o nolente, è entrato nella mia vita. E senza sfiorarmi.

mercoledì 12 maggio 2010

Blues

Denis, quando passa momenti tristi o semplicemente malinconici, parla di "blues". Bene, è quello che provo io in questo momento. Un blues lento, struggente, che mi prende quando mi trovo da sola con me stessa.

Guardo foto di vecchi compagni di scuola andati all'estero allo sbaraglio, come forse avrei voluto fare io ma come non avrei potuto, se non per incoscienza.
Leggo tristi annunci di lavoro, dai quali si evince che le uniche professioni a non soffrire della crisi di questi tempi sono l'operatore di call center, la commessa, la cameriera, il venditore, l'agente immobiliare, il rappresentante porta-a-porta. E mi ritengo fortunata perché riesco a lavorare come hostess e ho rimediato un colloquio come segretaria. Vedi baby, c'è di peggio.
Guardo persone che sgomitano disperatamente pur di farsi notare e, sotto sotto, le capisco.

Ho paura. Paura di non farcela, di non essere mai abbastanza adatta: al lavoro, alla vita di coppia, alla realtà che mi circonda. Mi sento come regredita di un anno: quando quasi un anno fa mi laureai e dopo sei giorni trovai il facile approdo di un bel lavoro in regola nel campo che mi interessava. Ottocentocinquanta euro ballerini, non male come stipendio per il mio primo vero lavoro. Poi la noia, la routine, con mansioni sempre meno interessanti e istruttive.
Dopo sei mesi, quella fase è finita. Con tutto l'ottimismo e la voglia di trovare una valida, e più stimolante, alternativa.

Sono passati tre mesi. Nei quali ho riordinato la casa, sentendomi a tratti casalinga disperata a tratti buona massaia, ho smaltito gli scatoloni di un trasloco tardivo, ho cucinato, ho pianto, ho riso, ho tentato di riorganizzare dignitosamente la mia vita, inviando decine di curricula, di foto, di e-mail, di lettere di presentazione.
Avevo seminato come mai, ma non è servito a molto.

Mi dicono di avere pazienza, e hanno ragione. Devo riempirmi la vita: non solo di lavoro, ma di ciò che amo. Inganno la solitudine facendo la spesa, perdendomi fra gli scaffali colorati dei supermercati: ma questo non basta più.

Sveglia, Giulia.

venerdì 2 aprile 2010

Maiali

Stanotte, un sogno di quelli che non si possono dimenticare.
Sono una maialina: non in senso lato, nel vero senso della parola. Portata al macello, in un ambiente diviso in tre stanze: la prima abbastanza grande, la seconda gigantesca con tanto di armadi guardaroba, la terza piccola e angusta, e senza una parete sul retro: alla mercé del mondo. Mentre mi trovo lì, ricevo telefonate: da mia nonna, da mio padre, da mia zia e da un'amica che non vedo dal secondo anno di università. Transito nelle tre stanze, e quando entro volontariamente nella terza, quella definitiva e senza ritorno, sento che la mia fine è vicina. Guardo dietro di me e vedo una strada: oltre la curva, sicuramente, qualche predatore che si ciberà delle mie carni.

Strano nutrire ora timori che avrei dovuto avere sette mesi fa.

giovedì 1 aprile 2010

Affogare nella carta

Io non esisterei senza la carta. La carta dei miei libri, che fin da piccola annusavo con avidità. La carta dei bigliettini che confezionavo per parenti e amici da piccola. La carta che scartavo per denudare morbide Morositas che divoravo in un sol boccone. La carta sulla quale scarabocchiavo donne nude e polli arrosto fumanti (e, in assenza di quella, mi accontentavo dei muri della mia cameretta).

Solo oggi mi rendo conto di quanta carta sia riuscita ad accumulare in ventitré anni di vita. Articoli che tenevo da parte certa che mi sarebbero stati utili in futuro, pubblicità accattivanti, foto di moda le cui modelle avrei voluto scontornare e appendere al muro, intere riviste, depliant, cartoline, brochure di mostre, biglietti di cinema, teatro, concerti. E poi libri, tanti libri da esserne sommersa.

Non sono cambiata, e forse soltanto Bradbury con il suo Fahrenheit 451 potrebbe venirmi in soccorso dando tutto alle fiamme. Due decadi di vita, poche ma intense. E poi, i ricordi. Tanti. Tra foto in bianco e nero dalle quali dardeggia lo sguardo arabo di mia madre giovane, mia nonna sgambata e sorridente, mio nonno che mai conobbi ma che avrei dovuto conoscere, Roald Dahl e Matilda, Bianca Pitzorno e Prisca Puntoni, Pinin Carpi e Lupo Uragano, Margaret Mahy e i suoi pirati: tutto in cenere.

Ripensandoci bene, scelgo la polvere, il peso, il profumo.

giovedì 14 gennaio 2010

Le donne, vere protagoniste degli anni Cinquanta

Inizio col dire che la serie tv Mad Men è davvero bella. Si chiama così dal nomignolo affibbiato, nel corso dei Fifteens, ai pubblicitari americani, che sono i protagonisti (apparenti) della serie.

In realtà, le vere protagoniste di Mad Men sono le donne. Pettinature cotonate e bigodinate, tette a punta sotto golfini attillati ma castigati, gonne a ruota, rossetto perfettamente vermiglio su pelle di porcellana. Mogli, amanti, lavoratrici e per questo svergognate. Con mariti fedifragi, amanti avidi, ruoli determinanti ma sempre sotto banco.

Tutte floride come muffins e con guance rigogliose. Tanto rassicuranti nel corpo quanto minacciose nei reggiseni bullet, quelli a forma conica che rilanciò Madonna durante il Blonde Ambition Tour del 1990. A volte finto-innocenti poi ambiziose senza appello, come la giovane segretaria alle prime armi (e alle prime seduzioni). Schiette nel proprio potenziale seduttivo come la voluttuosa segretaria rossa di capelli e di abiti che sculetta da una scrivania all’altra. Perfettine e inquiete, come la moglie bionda e gracekelliana del protagonista Don Draper: vitino di vespa, abilità culinarie, un passato da modella e due figli nel curriculum vitae. Indipendenti e guardate con sospetto sia da uomini che donne, come la madre single Alice e l’ereditiera imprenditrice munita di rifinitissimi tailleur Chanel.

Donne alla ricerca di un posto del mondo, che cominciano a capire che il matrimonio non è tutto.

martedì 22 dicembre 2009

Doveva essere il più bello

L’ultimo Natale prima della svolta, il Natale definitivo. Doveva essere il più bello, il più sereno, il più carico di aspettative: invece rischia di essere un deterioramento. Di affetti e di nervi.

Un film a lume di candela, i pensieri fatti col cuore incartati con la massima cura, la micia calda sulle ginocchia. Due bicchieri tintinnanti di buon vino, una cenetta semplice e gustosa, il piacere di convidere uno degli ultimi momenti insieme, prima del distacco.

Basterebbe poco, così poco, per renderlo speciale, per salvarlo da stupidi e inutili rancori. Basterebbe poco per venirsi incontro, e commentare quanto è accaduto nell’unico modo possibile: con un abbraccio.

sabato 19 dicembre 2009

Cercasi gatti. Adorabili batuffosi irrinunciabili

Cercasi una/o o due gatte/i, cucciole/i o adulte/i, da adottare. Di buon carattere, dolci, affettuosi, anche menomati o malati, comunque bisognosi di coccole e amore. Garantiti affetto, adorazione barra venerazione perenni e sempiterne (anche post mortem), una casa calda, tanti posti morbidi dove accoccolarsi, ben quattro ginocchia sulle quali fare la lana, due paia di mani per accarezzarle/i e due umani per vezzeggiarle/i. Offresi, inoltre, fornitura a vita di croccantini, scatolette e bastoncini affilazanne, nonché lettiere olezzanti.

Se hai gatte o gatti di cui disfarti, citofona Giulia & Denis. :)

mercoledì 16 dicembre 2009

Ci siamo quasi

Ormai è fatta. Tra un paio di mesi, probabilmente, riuscirò ad andare a convivere con Denis e ad iniziare una nuova vita. Le basi paiono ottime: un lavoro appagante, istruttivo e retribuito con busta paga, una nuova casetta calda e accogliente, una gatta semprepiùprociona, un nuovo e inconsueto clima rilassato, una madre più serena, la voglia di ricominciare da capo. Come una donna.


martedì 22 settembre 2009

Number 23

Ebbene sì: compio 23 anni il 23 settembre. Non del 2023, altrimenti sì che ci sarebbe da preoccuparsi.
Ancora per oggi ho 22 anni, mi sono laureata il 22 luglio 2009, oggi è il 22, giorno in cui sono nate mia zia e Ornella Vanoni, un po' di anni fa.
Domani faremo gli anni io e Gino Paoli (che, curiosa coincidenza, in passato è stato compagno di Ornella Vanoni).

Come mi sento? Realizzata. Il 28 luglio, a sei giorni dalla laurea, ho trovato un impiego, e nel settore che mi interessa, che conosco di più e per il quale mi sento portata.
Sono partita per le vacanze senza l'incombenza futura di dover trovare un lavoro e il primo settembre alle 9:00 ero in redazione. Ho iniziato, felicemente e senza rimpianti, e così sto continuando. Lavorare mi piace, e farlo a tempo pieno è quello di cui ho bisogno.

Avanti, che i 23 si facciano sotto.

venerdì 11 settembre 2009

Memorie sarde

Non l'ho mai conosciuto. E' morto quando mia madre aveva 19 anni, iniziava l'università e aveva disperatamente bisogno di un padre che la supportasse.
Aveva 57 anni, occhi dolci da cane mansueto, mani grandi e la pelle bianca, liscia.
Curiosamente, somigliava all'uomo che ho scelto di avere accanto: lo stesso chiarore candido, gli stessi occhi buoni, lo stesso carattere pacato ma determinato.
Era il '73 quando è morto. Posso solo ricordarlo attraverso le parole di chi lo ha conosciuto, incrociato per caso, amato.

La nostra casa in Sardegna l'ha costruita lui, con le sue mani, quarant'anni fa, sul terreno comprato da un possidente del posto.
Che per puro caso ho incontrato quest'estate, mentre ero in vacanza.
Tre dita in meno sulla mano, causa pesca con le bombe. Carattere schivo, imbronciato ma fiero come quello dei sardi di una volta.
Lo scambio per un turista in cerca di cinghiali, o di fichi d'india.
E in effetti è in cerca di fichi, in tenuta mimetica e atteggiamento avventuroso.

Lo fermo, facendo una lecita gaffe.
Mi racconta chi è, che sua madre era grande amica di mia nonna, che è lui ad averci venduto la casa. Arrossisco, e mi scuso.
Suo nonno era per me un padre, un fratello. Tutti lo amavano.
Mi vengono i lucciconi, ma non mi faccio vedere.

Sì, mio nonno è stato un grand'uomo, e avrebbe meritato di vivere abbastanza per conoscermi, per conoscerci, me e le mie cugine.
Per fare ancora il suo lavoro, quello di maresciallo dei carabinieri, che sapeva fare tanto bene da entrare nei libri di scuola locali.
Per guidare ancora la sua moto Guzzi d'epoca, sulla quale stava fieramente in sella a vent'anni, in una foto ingiallita ma chiarificatrice.

Era bello, mio nonno. Affettuoso, presente poco ma veramente. Silenzioso, ma acuto.
Quanto mi piacerebbe averlo accanto ora. Con le sue storie, il suo tifo per me, il suo amore spassionato per l'unica figlia femmina e le nipoti, tutte femmine.
L'amore e la lealtà dignitosa verso sua moglie, mia nonna, tanto simile a me quanto lui assomiglia al mio uomo.
Lo sguardo tenero che rivolgeva ai figli addormentati quando andava a lavorare e rischiava di non fare più ritorno.
La sofferenza di mia nonna, che forse, se non si fosse sposata, si sarebbe realizzata di più a livello professionale, ma forse non avrebbe goduto della stessa, rara, tranquillità, unita ad una inconsueta libertà e fiducia da parte dell'uomo che stava al suo fianco.

Ci conosceremo, un giorno.

giovedì 23 luglio 2009

Mi chiameranno 'dottoressa'

E ancora non riesco ad abituarmici.
Ieri ho chiamato al telefono il mio professore di storia e filosofia del liceo, genio indimenticato e indimenticabile.
Mi ha detto che, d'ora in poi, ci saremmo dati del tu: lui Piero, io Giulia.
"Ora siamo uguali", ha detto, trascurando il fatto di avere trent'anni di carriera come professore liceale alle spalle e una cultura mostruosa lui, appena tre anni di lavoro e una testa funzionante io.
Misteri della laurea.

Ieri sono stata me stessa, come se stessi affrontando un qualunque esame universitario o colloquio lavorativo: cordiale, sorridente ma mai ammiccante, sicura di me stessa, logorroica.
Tutto sommato, posso dire che ha funzionato: centodieci cum laude.

E ancora non riesco a capacitarmene.

giovedì 11 giugno 2009

Ma l'amore no

Splendida nell'interpretazione di Lina Termini, fa parte della colonna sonora del film di Giuseppe Tornatore Malena.

Guardando le rose, sfiorite stamani,
io penso: “domani
saranno appassite”.
E tutte le cose
son come le rose,
che vivono un giorno,
un’ora e non più!

Ma l’amore, no.
L’amore mio non può
disperdersi nel vento, con le rose.
Tanto è forte che non cederà
non sfiorirà.
Io lo veglierò
io lo difenderò
da tutte quelle insidie velenose
che vorrebbero strapparlo al cuor,
povero amor!

Forse se ne andrai...
D’altre donne le carezze cercherai!...
ahimè...
E se tornerai
già sfiorita ogni bellezza troverai
in me...
Ma l’amore no
L’amore mio non può
dissolversi con l’oro dei capelli.
Fin ch’io vivo sarà vivo in me,
solo per te!

venerdì 29 maggio 2009

Lettera ad una donna tormentata (fidanzata, felicemanontroppo, con amante)

Avvertenza: NON è un post misogino e/o contro la donna tout-court, essendo la sua autrice una fan del genere femminile, quando non ricade nei suoi errori di sempre.

Dico a te, che sei di aspetto diciamo gradevole, con un'età compresa fra i 20 e 30 - ma anche più stagionata - con fidanzato a carico e quella che a tutti descrivi come una situazione felice: stabilità, viaggi, progetti in comune.
Di colpo, nella tua vita l'imponderabile, l'imprevisto, l'elemento destabilizzante: l'uomo al quale vorresti che il tuo fidanzato somigliasse, o che rappresenta quello che il tuo compagno è stato e non è più, e forse non sarà mai.
Il piacevole turbamento che ti scuote il tempo sufficiente a scoprirti a sognare di lui, del suo corpo, dei suoi baci, di quel suo sguardo obliquo che ti scruta e rimane in silenzio.
Senti che è un turbamento che desideri, nella tua piccola vita felicemanontroppo, abbastanza soddisfacente, abbastanza finchè non ti si presenta bruscamente la consapevolezza che puoi, vuoi, meriti molto di più.

Quel compagno diventato un peso morto, l'altro fantasia proibita e carezzevole prima del sonno e al risveglio.
Quel compagno lontano, in un altro paese, distante miglia e miglia, ottimo escamotage per evadere la solitudine senza impegno, senza eccessivo coinvolgimento.
L'altro un bellissimo diversivo dolcegiocososensuale, con il quale baciarsi, accarezzarsi, lasciarsi coinvolgere finchè carezze e morsi lasciano il posto a sensi di colpa tardivi e immaturi.
Alla notizia che il legittimo viene, ti mostri contenta, come se nulla fosse successo, come se niente potesse incrinare il vostro rassicurantissimo rapporto sentimentale.
Ma poi, abbassato il ricevitore, il magone, il pensiero continuo che il suo avvicinamento paleserà in te la consapevolezza inalienabile del tuo tradimento.
Di quel tradimento che, se rivelerai, ti renderà ancora più vile e, se lo terrai nascosto, ti annienterà.
E allora lo fai: scrivi all'altro.
Parole gravi, solenni, mai rivolte finora.
Parole che simulano un distacco che ti brucia nel profondo, e che speri lo attiri/respinga sempre più.
In fondo, lui è la conoscenza di un mese, forse due, e in questo poco tempo ha portato scompiglio nella tua tranquilla esistenza.
Cosa che gli rimproveri, accusandolo di non essere programmato, di essere un imprevisto, una falla nel sistema che con tanta sicurezza ostenti.
Un debole castello di carte, che solo l'arrivo di uno sconosciuto intrigante può far precipitare in qualsiasi momento.
L'altro ne soffre, ne soffrirà, ma poi dimenticherà, odiando la tua fragilità, un'incoerenza tanto femminile, un fragilissimo autocontrollo che al primo sguardo cede passo alla passione.

Proprio a te, doppiamente infrangitrice di cuori, con il mio cuore in mano dico: scegli.
Le scelte appartengono agli adulti, ai buoni di cuore, ai coraggiosi e a tutti coloro che rispettano le aspettative altrui pur avendo piena consapevolezza della propria volontà.
Se seguiterai su questa strada, sicuramente opterai per la scelta che chiunque si aspetterebbe da te: la scelta più facile.

Abbandonarti, schiacciando sotto il rimpianto anticipato e i postumi sensi di colpa la tua irrazionalità, tra le braccia, del rassicurante, certo, legittimo fidanzato.
Rifugiarti nuovamente, dopo una breve boccata d'ossigeno e un assaggio di paradiso, nel tuo piccolo mondo "abbastanza felice", in cui sei amata ma vorresti solo fuggire, dileguarti.
Magari in compagnia di un amore abortito prima ancora che si affacciasse sulla tua coscienza.

Sceglierai questo, a scapito dell'uno e dell'altro.
A scapito di te stessa.
E io ti imploro: non farlo.

lunedì 4 maggio 2009

Miscellanea

Colgo l'occasione di questo primo post di maggio per augurare idealmente buoni ottant'anni ipotetici all'icona che ha rubato il mio cuoricino di giovane donna cortocrinita: la divina Audrey Hepburn.
Se fosse possibile, ti augurerei (come minimo) altri cento di questi giorni.

Inoltre, poichè come è risaputo sono quasi sempre dalla parte delle donne, e mai come in questa occasione, colgo la palla al balzo per rivolgere un energico clap-clap alla donna italiana del momento: Veronica Berlusconi.


Divorzia e riducilo in mutande, l'unico augurio che mi sento di farti.
Una buonuscita da record è il giusto prezzo per 19 anni di matrimonio con un buffone lestofante e donnaiolo.
Torna ad essere Lario, se ti va.
Di certo, torna ad essere la Miriam Bartolini di una volta.

lunedì 6 aprile 2009

Un diavolo per capezzolo

Non c'è che dire: la censura ha proprio un diavolo per capezzolo.
Una ragazza nuda guarda lo spettatore, girata per metà.
Segui con lo sguardo la piccola curva chiara e impertinente fino a che, in modo del tutto inaspettato, sfuma nella luce, o nel vapore, di una vasca da bagno illuminata dal sole.
La curva che sfuma nell'infinito ha un che di poetico, ma di certo non soddisfa lo spettatore famelico, guardone per sua stessa natura.
Soddisfa decisamente di più la censura cinematografica. Che ha ritenuto opportuno far scomparire il casto capezzolo di Laura Chiatti dall'altrettanto casta locandina del film di Roberto Faenza "Il caso dell'Infedele Klara".
Motivazione? È troppo sexy.
E dire che il capezzolo rappresenta l'ultimo baluardo della maternità femminile.
Punto focale della funzione materna, e al contempo del desiderio erotico di natura mammaria.
Che appartenga a nostra madre oppure ad una bella&giovane attrice italiana, che differenza fa?

Anche se non è pertinente, mi torna in mente il caso, non di censura ma di fotoritocco, dell'ombelico 'scomparso' dalla foto di una playmate di Playboy: un altro baricentro di maternità e sessualità che scompare, seppure per un maldestro lavoro di post-produzione, suscitando le ire dei lettori.
Sempre più di frequente, il corpo 'pubblico' della donna, quello sovraesposto mediaticamente, è manipolato e menomato, e quasi sempre da uomini.
In nome del decoro, in nome della bellezza.
E anche quello che incarna il valore più alto incarnato dalla donna - secondo la Chiesa - scompare.


Siamo sinceri: anche negli Usa, dannatamente bigotti, al capezzolo sarebbe toccata la medesima sorte.
Ma c'è una sottile differenza fra loro e noi: loro sono bigotti, noi baciapile.

lunedì 9 marzo 2009

Assente giustificata

Questo blog ha saltato un mese.
Un mese carico di significati, idee, emozioni, nuovi sviluppi.
Può, nello stesso mese, finire la carriera universitaria, prendere una svolta la carriera lavorativa, consolidarsi un amore, cambiare radicalmente una vita?
Può.

sabato 24 gennaio 2009

Carmela

Carmela ha l'allegria contagiosa di una ragazzina, e il volto rugoso come un campo pronto per la semina.
Gli occhi brillanti, acuti, di un indefinito grigio-verde.
In bocca, tante parolacce e pochi denti superstiti di uno stillicidio senile, oltre ad un sorriso che scalda il cuore.
Carmela è analfabeta: non ha avuto la possibilità di studiare perchè doveva aiutare il padre nei campi.
Ha ottant'anni, e non si è incartapecorita nel rimpianto e nel rimorso.
Solo molti ricordi, belli, e una certa arteriosclerosi nel raccontarli cento volte sempre con le stesse parole.
Da giovane, doveva essere graziosa: piccola, minuta, grande seno, bei capelli, una bella fila di denti forti, risata contagiosa.

Una donna libera.
Una di quelle che se ne fregano di quello che dicono i compaesani di lei che mai si è rassegnata alla vedovanza, all'abito scuro, a rimanere sola.
Una che ha sempre saputo tenere testa agli altri, complice l'ironia, la lingua tagliente e la sincerità.
L'adolescente che andava al cinema e optava per il palchetto per poter pomiciare col giovanotto di turno.
La ragazza che, benchè non fosse più illibata da tempo, fece la 'fuitina' col marito.
La giovane che non si perdeva una festa di paese, un'occasione per ballare a suon di fisarmonica e violino.
La vecchia che si è fatta il fidanzato, as usual, di molti anni più giovane di lei.
Il quale, per paura del giudizio dei quattro figli maschi, avuti con quella buon'anima della moglie, le telefona solo di sera e, quando lei è al paese, la viene a trovare solo di notte.

Un Romeo&Giulietta in salsa arianoirpinese, ai tempi delle colf e delle dentiere.

mercoledì 21 gennaio 2009

lunedì 12 gennaio 2009

La grande abbuffata

Non sempre si fa per puro edonismo e ferrea volontà di oltrepassare i propri limiti di capienza intestinale e di decenza, come nel caso dei protagonisti del film di Ferreri.
A volte la causa è profondamente radicata, serpeggiante, visibile solo agli occhi di chi vuole guardare.
Flavia è bulimica.
Malata di quella bulimia di chi si abbuffa ma non vomita, accumula e non espelle.
Tra raid notturni alla dispensa e svuotamenti programmatici del frigorifero, cosicchè solo toccando il fondo qualcuno si accorga della nostra infelicità, del nostro desolato bisogno di affetto.
Flavia è affettuosa, "leggera" malgrado tutti questi pesi, spensierata e fiduciosa malgrado le privazioni continue alle quali è esposta da una madre bambina e da una nonna matrigna.
E per il non intervento di un padre simpatico ma inconsistente.

Ora è a Firenze, in un centro per bulimici.
Lontana dalla famiglia, e quindi con qualche speranza.

E' sostenuta, capita, scossa, alimentata, coccolata senza essere viziata.
E' circondata di persone che sanno, capiscono, non giudicano.
Flavia è salva.

venerdì 2 gennaio 2009

Frank Capra e il bisogno di leggerezza

Ai suoi tempi - siamo, all'incirca, a cavallo fra anni quaranta e anni cinquanta - lo consideravano il regista dei "cinepanettoni" made in USA: nessuna signorina scosciata, ma spirito leggero e lieto fine.
Nel periodo in cui ha vissuto e lavorato, compreso fra anni venti e anni sessanta, è stato fondamentale: gli anni successivi alla crisi del '29 c'era proprio bisogno di qualcuno che raccontasse storie strappasorrisi, vissute dagli attori più brillanti dell'epoca - James Stewart, Cary Grant risvolti tragicomici e personaggi che sarebbero poi rimasti nell'immaginario collettivo (Clarence l'angelo, che è stato persino d'ispirazione internettara).

In tempi nei quali i vocaboli più ricorrenti sono "crisi economica" e "recessione", la leggerezza è un valore. Inestimabile.
E basta guardare ai suoi due capolavori, La vita è meravigliosa e Arsenico e vecchi merletti, uno dei film più divertenti della storia del cinema, per sentirsi lievi, sorridenti, ottimisti.

E per ricordarsi di conservarla, la leggerezza, anche in tempi di benessere generale.

mercoledì 31 dicembre 2008

Duemilaennnove

Facendo un rapido elenco, nell'ormai scorso anno mi sono accadute le seguenti cose:
-sono stata in Polonia;
-sono stata sfrattata di casa mentre ero in Polonia;
-mi sono presa un'influenza virulenta, in conseguenza alla trasferta polacca;
-mi sono stirata il legamento della gamba destra, in seguito a caduta sul marciapiede di fronte all'Ospedale S. Spirito di Roma (quando si dice la fortuna);
-ho perso in totale un mese di lezioni universitarie, in seguito a tutte queste rosee contingenze;
-ho dovuto rinviare la laurea, per cause di forza maggiore;

MA

-ho scoperto il potere di Facebook e dei social network;
E
-ho trovato lavoro. Anzi: due lavori.

Partendo da questi presupposti, e ripensando all'energia che ho messo in campo nell'ultimo anno, posso solo prevedere che il duemilaennnove sarà un anno magico.


E, chissà, quasi sicuramente riuscirò a coronare il sogno di andare a vivere da sola.

giovedì 25 dicembre 2008

Pipi Natale

Babbo Natale può essere anche un'inquietante presenza.
Un po' come i clown, o come tutti quei personaggi che devono evocare allegria e festa a tutti i costi.
Ma per me non era inquietante. Non come i clown, almeno.
Ma incuteva paura ed eccitazione insieme.
Quel campanello che trillava a mezzanotte dietro la porta chiusa della mia camera, fasci di luce magici abilmente maneggiati da mio padre, la sensazione che qualcosa di fatato e misterioso si stesse per dischiudere sotto i miei occhi.
E poi il buio.
Il silenzio.
Io in braccio a mia madre, tremante per la consapevolezza che dietro quella porta un signore barbuto - meno canuto, meno panciuto, meno vecchio - stava apparecchiando per me un autentico paradiso per bambini.
Finito il trambusto, era il momento di essere iniziata alla parte più sfiziosa del mio Natale.
Aprivo timidamente la porta.
Buio fitto mi risucchiava nell'attesa.
(pian pianino, mio padre si avvicinava alla porta approfittando della mia distrazione)
Sono di fronte al letto, che mi appare ingombro già solo toccandolo.
Uno dei due complici (i miei genitori, ndr) accende di colpo la luce.
Sotto il mio sguardo, si materializza una pila infinita di pacchi confezionati con cura, di cui non riesco nemmeno a vedere la fine tanto sono piccina.
Il momento viene immortalato da un padre che sorride sotto i baffi.

Sono stati sufficienti un campanellino, una torcia e un vocione per rendere magici i miei primi Natali.
E l'incanto si ripeteva ogni Befana, ogni caduta di denti da latte - che richiamava la Fatina dei Dentini, alla quale affidavo molari incisivi e canini perfettamente bianchi - e ogni compleanno.
Una sera, a Piazza Navona, vidi una slitta in cielo.
Ma, chissà, forse era solo la mia fervida immaginazione.

Ora sono svaniti Babbo Natale e le torri di regali, ma sono rimasti l'amore per il Natale e l'immaginazione.
Quella sì, in grado di ricreare la magia di una volta.

domenica 30 novembre 2008

O bloguér è un fingidor

O bloguér è um fingidor.

Finge tão completamente
Que chega a fingir que é dor
A dor que deveras sente.

E os que lêem o que escreve,
Na dor lida sentem bem,
Não as duas que ele teve,
Mas só a que eles não têm.

E assim nas calhas de roda
Gira, a entreter a razão,
Esse comboio de corda
Que se chama coração.

("Liberamente" tratto da Fernando Pessoa, Autopsicografía)

mercoledì 5 novembre 2008

Sono stanca

di rimanere in equilibrio fra la precarietà e la felicità.
di rimanere appesa come un'impiccata ai silenzi e alle titubanze di padroni di casa menefreghisti.
di consegnare le mie speranze in mano a persone da poco che le sciupano senza riguardi.
di costringere la mia gatta a rimanere chiusa in una stanza per colpa di altre persone.
di sostare su quella sottilissima linea di confine che c'è fra povertà e piccolissima borghesia.
di dover scambiare quattro parole anche quando non ne ho voglia.
di dover rimanere in silenzio, per non far rumore, per non farmi sentire.
di dover convivere.
di non avere casa mia, spazi miei, privati e impenetrabili.

Eppur son felice, viva, sveglia e attiva.
E tutto questo cambierà in meglio.